Penso alle pietre levigate

Alla perdita di coordinate

Di granito graniglia si sgretola in neve la montagna

E il cielo terso spolvera in pulviscolo di nubi, un manto

Ad ammantare il mare

Mentre in ogni sua increspatura l´abisso

Sordo ascolta e beve

S´ingozza i pori i polmoni

Al centro della terra

D´infinitá infinitesima

 

Berlino, settembre 2007

Bruciano le foreste ancora, terre di memoria di quell’occidente mediterraneo che è la storia . bagdad e le sue biblioteche, il Peloponneso e i suoi aranceti, brucia la memoria pagana e il suo parnaso con tutti i suoi dei e le ninfe, brucia Bisanzio e Constantinopoli. Crescono le barbe agli uomoni che non hanno mai amato le donne. Il carbone cosparge la terra di buio, per elevare più alti gli altari di bianchi monoteismi ancora.

(..) distanze ed appartenenze, un paesaggio da orizzonti sempre moventi, di sentieri insidiosi e morbidi, gli stessi sempre per altre vie attraverso,un viaggio con parametri labili, c’ero? ero io? e dove poi? avvisto terra e poi affondo e le terre affiorano e franano. dove i confini le spiagge di questo mare era poi mare e il colore del mare ricordo non ricordo, paesaggio bucato. di fiori di kopiue, di rocce millenarie, di giganti molluschi (..)

novembre 2007

5 settimane e 3 giorni oggi 7 novembre

Oggi in me il cestino, un nido con un nero nero alveo si forma e si vede già, scavando in un angolo di me uno spazio va, in questa tonda geografia che ti aspetta senza saperti e malgrado me ancora dispone sponde e rive al tuo approdo. Confusa e incosciente in questo corpo così previdente mi sento. Chissà se nel mare tuo già ne scorgi le scogliere e di quel mare io solo un nero abisso pieno di venti incostanti e lì sono forse a te più vicina che non nel corpo mio tutto impaziente.

Dove s’infrange

sul petto poi

tra le cosce

l’onda mi abbandona e mi ritrova

l’attesa non

è che battito

teso il faro all’orizzonte

fosse anche altrove

la luna tramonta

ardente intaglia

questa distanza

Abbisogno una piega

tendendo (a tentoni)

tentando

innesto come

in terra mia

mia (o mai) stata

si offre ricovero

al mio disarmo

e tregua possa

mio malgrado malanno

quanto implorato

sprofondare ancora

sollazzo? regocijo

Galleggia il fiume

Tutto intorno porta

Pedane muschiose

In ore tiepide asciutte

Scivola sedante sete

Di germogli tra le dita

(fresche) tra le labbra schiudi

concentriche occhiate superfici

fino ai polpacci mi infilo

affonda